Visualizzazione post con etichetta Proverbi - D. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Proverbi - D. Mostra tutti i post

sabato 8 ottobre 2016

daggnene secche

DÀGGNENE SÉCCHE


(Bastonare di santa ragione). Si dice con tono di risentimento verso chi merita la giusta punizione. Dàggnene = la parola è formata da tre parti: da, ggne, ne. = infinito breve di dàr. Quando l’infinito è breve la r della desinenza si assimila alla consonante che immediatamente segue rg > gg. [G]gne = sta per gni. In aretino gni traduce i complementi di termine italiani gli, le, a lui, a lei, loro. Ne = è qui usato come in italiano. Sécche = assume nella frase il significato particolare di forti, robuste. Pron. dagnéné sékké.

da le quattro a le tre

DA LE QUÁTTRO A LE TRE


(In un tempo molto breve).  È un modo di dire molto strano perché la logica vorrebbe che fosse nella forma da le tre a le quattro visto che il tempo scorre in avanti. Viene sempre usato per indicare un lasso di tempo breve. Es: da le quàttro a le tre sò da te = sono da te tra poco. Pron. da lé kuattró a lé tré, sò da té.

da ppapp' e cena

DÁ PPÀPP’E CÉNA


(Dare pappa e cena), cioè fare da maestro, saperne o dimostrare di saperne di più, essere superiore. Si dice di chiunque superi in bravura un’altra persona. = infinito breve di dàr. [P]pàppa = quando l’infinito è breve la r della desinenza si assimila alla consonante che immediatamente segue rp > pp. Pron. da ppapp’é ȼéna. 

da quante son' amichi s'amazzerebbeno

DA QUÁNTE SON’AMÍCHI, S’AMAZZERÈBBENO


(Da quanto sono amici, si ammazzerebbero). È una frase tipica dell’aretino stretto che si usa sempre in senso ironico per indicare due o più persone che sono nemiche giurate. Quànte = a differenza dell’italiano in cui quanto è usato al maschile e al femninile, in aretino si trova quasi sempre espresso nella forma neutra quànte. Amìchi = amici. Nell’aretino più vernacolare il plurale dei nomi uscenti in co è chi invece di ci. Amazzerèbbeno = ammazzerebbero. La desinenza della terza persona plurale del condizionale aretino è èbbeno o èbbono invece di ebbero (per approfondimenti puoi consultare I verbi nell’uso aretino dello stesso autore). La mancanza di una m si spiega con il fenomeno della degeminazione. Pron. da kuanté són’amiki, s’amazzérèbbénó.

da qqui llae

DA QQUÌ LLÁE

(Da qui in là o da ora in poi). La frase è usata per lo più con il significato temporale. Era molto in voga nell’aretino del passato, ma oggi è poco usata. [Q]qui = la doppia q è dovuta al fenomeno aretino della geminazione. [L]làe = è la concrezione  di in làe con aferesi di i e assimilazione nl > ll. Probabilmente la doppia geminazione di q e di l è legata ad una pronuncia più agevole. La e di làe è dovuta alla paragoge. Pron. da kkui llaé.

dare 'na saraccata

DÀRE ’NA SARACCÀTA o PIGLIÀ  NNA SARACCÀTA


(Dare o prendere una salaccata) cioè ricevere un grosso colpo, spesso in faccia.  Saraccàta = rotacismo di salaccata, da salacca, pesce dei clupeidi conservato sotto sale o affumicato. I rotacismi sono abbastanza frequenti in aretino: caldo > càrdo. Piglià = infinito breve di pigliàr. [N]na = quando l’infinito e breve la r della desinenza si assimila alla consonanate che immediatamente segue rn > nn. Pigliàre in aretino è sempre preferito a prendere. Pron. daré ’na sarakkata, piglià nna sarakkata.

dar' un nicchio 'n terra

DÀR’UN NÌCCHIO ’N TÈRRA

(Dare un duro colpo in terra). Nìcchio = forte colpo. La parola assume il significato di colpo in senso traslato. Deriva infatti dal verbo nicchiare = emettere lamenti, che è dal latino nitulare = darsi pena, rammaricarsi, evidentemente per il dolore provocato dalla caduta e dal colpo ricevuto. Il gruppo cchio ha pronuncia occlusiva postpalatale sorda.’N = aferesi di in. Pron. dar’un niččó n’tèrra. [Nella scrittura con simboli la i non viene trascritta perché compresa nel suono č].

dasse la zappa su' piedi

DÀSSE LA ZÀPPA SU’ PIÈDI

(Darsi la zappa sui piedi). Si usa in senso metaforico. Significa procurarsi danni da soli. Dàsse = darsi. È formato dall’infinito breve dàr e la particella pronominale si che in aretino si pronuncia se con assimilazione  rs > ss. Piédi = la e tonica ha sempre suono chiuso. Pron. dassé la zappa su’ piédi.

de marz' ogni bacarin va scalzo

DE MÀRZ’OGNI BACARÌN VA SCÀLZO


(Di marzo ogni piccolo baco va scalzo). È un proverbio nato molto tempo fa, quando ancora le stagioni seguivano il loro corso naturale. Nel mondo contadino del passato la povertà era la regola e si doveva risparmiare su tutto, anche sulle scarpe. Quando iniziava la primavera, e i primi tepori si facevano sentire, i bambini si mandavano scalzi. De = tipica preposizione aretina per di. Bacarìn = forma apocopata di bacarìno, da bac[o] con suffisso diminutivo aretino arìno. La parola è qui usata in senso metaforico per indicare un bambino. Pron. dé marz’ógni bakarin va skalzó.

de peglia rossa

DE PÉGLIA RÓSSA UNN’È BÓN’ MÀNCO LA TÓSSA

(Di colore rosso non è buona nemmeno la tosse). È un modo di dire in aretino stretto che si usa in senso metaforico. Significa che non ci si deve fidare di chi ha i capelli rossi. De = tipica preposizione aretina per di. Péglia = è il riccio della castagna qui usato nel senso di capelli. Unn’ = tipica negazione aretina per non. Quando un è seguito da vocale si ha sempre la geminazione di n. Bón = buona. Nelle parole derivanti dal latino, l’aretino è più conservativo dell’italiano: mantiene infatti la o tonica originaria che assume suono chiuso: latino bonus > italiano buono > aretino bóno. Mànco = nemmeno. Tóssa = tosse. La a si spiega con il fatto che l’aretino non ammette incertezza di genere, quindi sostituisce la desinenza ambigua con un’altra più adatta a far riconoscere il genere. Es: felce > félcia, mano > màna. Pron. dé péglia róssa unn’è bón’ mankó la tóssa.



di dde pell' e de becco

DI DDÉ PÈLL’E DE BÈCCO       

(Dire di pelle e di becco), cioè dire tutto il male possibile di una persona. È un modo di dire tipicamente toscano di cui non è chiara l’origine. La pelle e il becco sembrano alludere ad un animale da cortile per cui si potrebbe supporre che, per essere cucinato, deve essere prima spennato, mettendone a nudo la pelle, così come si mette a nudo una persona quando si evidenziano tutti i suoi difetti e le sue magagne. Di = infinito breve di dìr. [D]de = tipica preposizione aretina per di. Quando l’infinito è breve la r della desinenza si assimila alla consonante che immediatamente segue rd > dd. Pron. di ddé pèllé é dé békkó.

venerdì 7 ottobre 2016

di lle divozioni

DÌ LLE DIVOZZIÓNI o L’IMMARÌA

(Dire le preghiere o l’Ave Maria). È una frase espressa in aretino stretto. Nell’immediato secondo dopoguerra la chiesa esercitava ancora un forte potere sul mondo contadino, tanto che la domenica si doveva andare a messa, la sera si recitava il rosario, si passavano in veglia le notti prima della festività importanti e in occasione dei raccolti i frati da cerca venivano a chiedere le decime che non erano più obbligatorie, ma si davano ugualmente. In questo mondo ancora fortemente permeato dalla religione non si poteva fare a meno, prima di coricarsi di di lle divozzióni, cioè recitare le preghiere. = infinito breve di dìr. [L]le = quando l’infinito è breve la r della desinenza si assimila alla consonante che immediatamente segue rl > ll. Divozzióni = preghiere. Il gruppo zio in aretino si pronuncia sempre con la z geminata. La i si spiega con il fatto che in aretino spesso la e protonica italiana passa ad i. Es: cerino > cirìno. Immarìa = è una inspiegabile concrezione di ave Maria. Pron. di llè divózzióni o l’immaria.

durmì dda la grossa

DURMÌ DDA LA GRÒSSA

(Dormire profondamente). Si dice di persone che hanno il sonno profondo o, in senso metaforico, di chi è estremamente lento nel fare. Durmì = infinito breve di durmìr. [D]da = quando l’infinito è breve la r della desinenza si assimila alla consonante che immediatamente segue rd > dd. La u è dovuta al fatto che la o protonica italiana in aretino spesso passa ad u. Es: ortica > urtica. Da la gròssa = profondamente. Pron. durmì dda la gròssa.